È’ un documento di storia narrata più unico che raro. Il cosiddetto Arazzo di Bayeux (dal nome della cittadina normanna dov’è conservato) racconta lungo 64,38 metri (ma in origine era forse un metro e mezzo di più) la conquista dell’Inghilterra sassone da parte di re Guglielmo, appunto per questo detto il Conquistatore, che sconfiggendo re Harold, inaugurò una stagione di profondi e duraturi mutamenti nella società isolana.In epoca romantica fu comunemente attribuito a Matilda, regina consorte di Guglielmo, ma è un’ipotesi senza prove che ormai gli studiosi hanno accantonato. Ora, benché la sua origine sia ignota nei dettagli, l’Arazzo è indubitabilmente opera manifatturiera normanna del secolo XI, cioè appena dopo gli avvenimenti che descrive.
Sia come sia, comparve ben visibile nel 1476, pezzo forte del tesoro della Cattedrale di Bayeux. Nel 1562, durante il sacco della cittadina, scampò alla furia iconoclasta degli ugonotti, i calvinisti di Francia. Poi, all’inizio del secolo XVIII, la sua esistenza venne notata (benché per secoli era stato uso esporre l’Arazzo al pubblico in solenni occasioni liturgiche) dal Sovrintendente di Caen, Nicholas-Joseph Foucault. Dunque, nel 1724 Antoine Lancelot ne iniziò lo studio sistematico, ma il primo a identificarlo con certezza e a descriverlo fu tra 1729 e 1730 lo studioso benedettino dom Bernard du Montfaucon nel primo dei due volumi di cui si compone il suo Les monuments de la monarchie française. In Gran Bretagna se ne interessarono quindi Andrew Coltee Ducarel nel 1752 e Charles Stothard tra il 1818 e il 1820.
Coperta rivoluzionaria per militari
L’Arazzo, che era sopravvissuto all’ira protestante, pagò però il fio delle proprie “colpe” (l’essere reliquia del passato, l’essere tesoro di una cattedrale cattolica e l’essere gioiello della Corona) all’epoca della Rivoluzione Francese. Nel 1792, infatti, nei mesi che prepararono il Terrore (tempi di nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, di spoliazioni e di confische, di massacri eugenetici, di trionfo dell’illegittimo tribunale rivoluzionario, e di persecuzioni di nobili, clero e popolo), l’Arazzo fu incamerato dallo Stato per essere impiegato come copertura di carri militari. La stupidità giacobina lo avrebbe distrutto per sempre se non fosse stato per Léonard Leforestier, un avvocato di Bayeux, che lo riscattò salvandolo. Venne allora esposto per breve tempo al Louvre nel 1804. Ma niente illusioni: Napoleone vi aveva intravisto un utile strumento di propaganda politica alla vigilia della progettata invasione della Gran Bretagna.
Tornato a Bayeux, passò in carico al Comune per essere studiato adeguatamente. Conservato nella Biblioteca Municipale della cittadina (che curiosamente lo classificò tra i manoscritti), nel 1913 venne ridislocato assieme all’intera biblioteca negli edifici del Decano del Capitolo della Cattedrale, dirimpetto all’edificio di culto stesso. Sopravvisse pure alla Seconda guerra mondiale in una regione caldissima di scontri tra tedeschi e Alleati e per un po’ fu evacuato di nuovo al Louvre. Lì lo studiò uno specialista tedesco di storia vichinga, Herbert Jankhun. Finalmente, dal febbraio del 1983 è in mostra, in condizioni relativamente sicure, nei locali seicenteschi del vecchio seminario di Bayeux.
Gli studi di Lucien Musset
Racconto storico per immagini, l’Arazzo si dipana come la pellicola di un film. È la narrazione dettagliata, ricca di particolari d’interesse militare, navale, civile, addirittura di costume, della preparazione e quindi dell’invasione dell’Inghilterra da parte dei normanni di Guglielmo il Conquistatore. Ma dentro questa storia se ne conserva un’altra, quella appunto delle vicissitudini che per secoli sono state più volte lì lì per consegnarlo completamente al macero e quindi all’oblìo, e che però costantemente, sempre per il rotto della cuffia, lo hanno invece salvato.
Un intreccio di storie, insomma, che si snodano come un romanzo nelle pagine nel testo più autorevole sull’Arazzo, ovvero La tapisserie de Bayeux, pubblicato a Parigi in seconda edizione riveduta e corretta sulla base di nuovi studi e di nuove acquisizioni documentarie nel 2002 per le Éditions Zodiaque da una delle massime autorità in materia, Lucien Musset, professore emerito al’Università di Caen.
Il testo è ora tradotto da Richard Rex per la prima volta in inglese, con il titolo The Bayeux Tapestry, e pubblicato da The Boydell Press, marchio della prestigiosa Boydell & Brewer, Ltd., di Woodbridge, nel Suffolk, specializzata in opere di grande pregio sul Medioevo.
Nella prima parte del libro Musset discute dettagliatamente la storia, le caratteristiche e le vicende dell’arazzo, offrendo notazioni di carattere storico di primaria importanza. Nella seconda offre l’Arazzo in tutte le sue sequenze, riprodotte a grande formato e a colori (all’inizio del volume l’Arazzo lo si può ammirare in tutta la sua splendida continuità), con il testo completo dell’iscrizione latina che vi corre lungo il bordo, pure tradotta in lingua (inglese) moderna. L’iscrizione, peraltro, nell’originale e in traduzione è poi riproposto alla lettura d’insieme a conclusione dell’opera.
Musset commenta l’Arazzo, immagini e iscrizione, passo dopo passo e quadro dopo quadro, offrendo intuizioni e percezioni che ne esaltano il carattere di testimonianza diretta, benché ovviamente di parte, di un evento altrimenti inconoscibile dei suoi dettagli.
L'inizio dello Stato unitario
Per l’Inghilterra, la conquista di Guglielmo narrata dall’Arazzo inaugura un periodo di profondi mutamenti. La lingua inglese inizia a trasformarsi dal vecchio anglosassone al medio inglese fino a divenire quell’inglese moderno penetrato in profondità da elementi e da strutture normanne, francesi e latine. Ma questo è un solo sintomo.
Con i normanni iniziò infatti soprattutto un periodo di governo nuovo che visse di forti contrapposizioni fra conquistatori e conquistati, divisi in ceti sociali a sé stanti e in continua lotta, con i normanni presenti in tutte le posizioni chiave del regno oramai unificato e con la loro lingua resa ufficiale. Ma questo sarebbe ancora un elemento transeunte se non fosse per l'elevato livello di centralizzazione che impose all’Inghilterra. Evidentemente le accuse di centralismo rivolte ai normanni sono di sapore, se non pure di parte, filosassone, ma resta vero che l’epoca normanna ha inaugurato quel processo di formazione dello Stato unitario inglese che qualche vaga somiglianza ha – mutatis mutandis – con quanto accaduto durante il regno d’Isabella di Castiglia e di Ferdinando d’Aragona della Spagna/Spagne.
La retorica, appunto di parte sassone, parla addirittura di fine delle libertà tradizionali e diffuse inglesi, cioè anglosassoni, in favore di una struttura più verticistica e centralistica, una retorica che sopravvive alle epoche storiche e che anima di sé il Seicento e il Settecento inglesi e britannici, con una forte eco anche Oltreoceano fra quei coloni inglesi e britannici che decideranno per la secessione dalla madrepatria (tirannica, “normanna”) dando vita poi agli Stati Uniti.
La retorica delle libertà sassoni è per esempio fortissima in Thomas Jefferson, l’estensore della Dichiarazione d’indipendenza delle ex colonie d’Oltremare, il quale sognava addirittura che gli studenti dell’Unversità della Virginia, da lui fondata, apprendessero oltre che il latino pure l’anglosassone onde abbeverarsi direttamente alle fonti della libertà inglese (e quindi americana), partendo dai mitici eroi legislatori Horsa ed Hengest.
È questo un dibattito storiografico serio e importante che riguarda d’appresso la storia delle mentalità e delle idee, e che pur con tutte le sue forzature partigiane non può però essere ignorato dall’analisi della filosofia della cosiddetta Rivoluzione Americana, ma nemmeno dal dibattito odierno su devolution e Stato-nazione nel Regno Unito.
Edmund Burke, che in gran parte condivideva l'interpretazione filosassone della storia inglese, aggiunse però significativamente del suo quando affermò che le vecchie libertà conculcate dai normanni finirono per divenire un fiume carsico nascosto agli occhi della nuova classe dirigente ma vivo nel popolo (in gran parte appunto di estrazione sassone), per poi riemergere nel momento in cui i baroni del Regno costrinsero il principe normanno Giovanni Plantageneto detto il Senzaterra a rispettare solennemente le libertà concrete dell’Inghilterra e il rule of law sottoscrivendo l’atto fondativo del costituzionalismo inglese (ma ricco di significativi precedenti) a Runnymede, nel 1215, con la Magna charta libertatum.
Lì, asserisce Burke, le libertà sassoni tornarono patrimonio della nazione intera e tutta. E così la Magna Charta si fece pure documento di riconciliazione culturale nazionale, oltre che riferimento costituzionale diretto dei patrioti nordamericani.
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La prima è quella degli scritti iniziali; la seconda coincide con il progetto della History of Political Ideas e con il suo abbandono; e la quarta e ultima con la revisione di paradigma intervenuta dopo la pubblicazione del terzo volume di Order and History (il quarto volume comparirà solo nel 1974 e il quinto, addirittura postumo, nel 1987). La terza fase è dunque quella che comprende la pubblicazione dei primi tre volumi di Order and History (uno nel 1956 e due nel 1957), de La nuova scienza politica nel 1952 e dei saggi che nel 1968 verranno raccolti negli Stati Uniti, in traduzione inglese, con il titolo Science, Politics and Gnosticism.
Gianfranco Fini dove sta portando AN? Cosa intende "andare oltre Fiuggi"? Intende forse traghettare la destra italiana sulla sponda laicista, una sorta di Rosa del Pugno di destra? Se così fosse, e la presa di posizione di Fini al referendum sulla fecondazione assistita ne è un esempio incontrovertibile, beh, allora qualcuno fermi quest'uomo, contrasti la sua leadership, e magari al prossimo congresso lo metta definitivamente in minoranza.
Documentando i ripensamenti che stanno emergendo negli Stati Uniti, Amadeo de Fuenmayor avanza l’ipotesi di un doppio regime di matrimonio civile (il matrimonio religioso qui non è preso in considerazione), uno divorziabile e uno indissolubile, fra i quali gli sposi possano esprimere una scelta vincolante. È un’ipotesi anche provocatoria, destinata a suscitare ampio dibattito non solo fra gli studiosi.
Più di 200 persone sono arrivate alla spicciolata, sabato all’ora di pranzo, in una Mantova attraversata per lo più da turisti americani o tedeschi. Decine di persone partite da Milano, Bergamo, Brescia o Varese per raggiungere il primo meeting di Scienza & Vita della Lombardia, dove si è festeggiata sia la nascita ufficiale dell’Associazione a livello regionale sia la ripresa dei lavori dopo un anno se non proprio di stasi, certo di pausa rispetto al turbinio di impegni prima dello scorso referendum. 200 persone in gran parte testimoni diretti, “eredi” di quei 57 comitati locali attivatisi l’anno scorso in Lombardia e che sul territorio nazionale hanno costituito uno dei nuclei più consistenti e attivi nella difesa della legge 40.
Massimo Introvigne in questa occasione «scende in campo», parlando da cattolico a cattolici di quella crisi dell'Europa che deriva ultimamente dal suo ostinato rifiuto di riconoscere le sue radici cristiane. Partendo da incontri, dialoghi, esperienze personali maturate nei luoghi più diversi del mondo, da Sydney a Damasco, dalla Mongolia a Kuala Lumpur, da Cracovia a Toronto, il libro si muove come un pendolo che ritorna agli stessi temi fondamentali: l'identità cristiana dell'Europa insidiata dalla minaccia del relativismo, e il ruolo che l'Europa potrebbe svolgere - ma purtroppo non svolge - nel dialogo delle civiltà, unica alternativa ai pericoli apocalittici di un mondo dove, secondo un'espressione ripresa dallo stesso Benedetto XVI, «non a torto si è ravvisato il pericolo di uno scontro delle civiltà». Figure, eventi e personaggi talora inattesi - dal sociologo Rodney Stark al pittore cattolico canadese William Kurelek, da un vecchio film di Gérard Depardieu a Diabolik, dai nomadi della Mongolia all'islamologo Louis Massignon, dalla caccia alle streghe alla rivolta delle periferie parigine del novembre 2005 - sono chiamati su un ideale banco dei testimoni, per essere interrogati su quanto hanno da dire a proposito del dramma dell'Europa. La conclusione è che questo dramma si risolve nell'avere voltato le spalle a Cristo e nel tentativo di costruire una torre di Babele europea senza Dio e senza la Chiesa, destinata come quell’antica torre a un crollo fragoroso. Ultimamente, è la paura di Cristo che fa male all’Europa, la consuma e rischia di ucciderne la civiltà. E solo guarire da quella paura potrà salvarla.
L’«apologetica cristiana» è la «difesa delle buone ragioni della fede». Essa si muove nel rispetto della rivelazione di Dio sul senso della vita umana e del grande disegno della creazione, riconoscendo il primato della fede a seguito di un percorso logico e raziocinante fondato nei lumi dell’intelletto. L’esigenza di un’apologetica oggi si alimenta nella necessità di una risposta trascendente alle istanze meramente orizzontali del razionalismo ateo, figlio diretto dell’Illuminismo, con e dopo il quale – come bene spiega il teologo Piero Cantoni nel suo invito alla lettura – si è voluto dapprima emancipare la ragione dalla fede per poi ergerla a sua implacabile accusatrice.
Il seminario “La grande Europa. Aspetti e momenti storico-culturali” organizzato nel 2002 da Alleanza Cattolica e di cui il volume raccoglie gli atti, si articola in tre parti. Innanzitutto sono illustrate a grandi linee le caratteristiche politiche, culturali e tecnologiche dell’Europa che, sul finire del Medioevo, si accinge a uscire da sé stessa. Quindi vengono descritti i viaggi di scoperta; i principali aspetti e momenti degl’insediamenti extraeuropei, soprattutto quelli meno noti o più trascurati, come — per esempio — le Filippine spagnole e l’Asia portoghese; il processo di inculturazione, che ha lasciato nel mondo consistenti filiazioni europee, numerose «Europe» fuori dall’Europa continentale. Infine, vengono brevemente illustrati i legami di tipo politico-militare ed economico, che, pur passando attraverso le strutture «nazionali», le superano e, in un certo senso, le limitano, permettendo così il riespandersi di una gerarchia dei lealismi, atrofizzata dalla lunga stagione caratterizzata dallo «Stato nazione» e/o dallo «Stato moderno».La nascita della Magna Europa, l’insieme delle consistenti filiazioni europee nel mondo, viene descritta nei suoi aspetti salienti: la tecnologia medioevale, i viaggi di scoperta, la fondazione degli insediamenti extraeuropei e il conseguente processo d’inculturazione.
''Siamo lieti di questa apertura romana ma devo dire che, in base ad un programma di intesa tra la Grande Moschea di Roma e l'assessorato alla cultura del Comune, andiamo da tempo nelle scuole medie romane per rispondere sull'islam alle domande degli studenti''
Parte da lontano il programma dell’Unione, anche se non può confessarlo. Quel che a prima vista sembra un compromesso generico tra Rosa nel Pugno, Margherita, Ds, Pdci e Rifondazione su coppie di fatto, Pacs e matrimoni gay, si traduce in una formula volutamente generica: «L’Unione proporrà il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto. Al fine di definire natura e qualità di un'unione di fatto, non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale. Va considerato piuttosto, quale criterio qualificante, il sistema di relazioni (sentimentali, assistenziali e di solidarietà), la loro stabilità e volontarietà».
Firmare il manifesto "Per l'Occidente" mette paura alla Margherita. Molti di loro condividono le idee, ma non hanno il coraggio di esporsi .
E' iniziato in modo spontaneo e in diverse parti d'Italia il boicottaggio