martedì, 11 luglio 2006
 
 
An: andare oltre Fiuggi, ma verso dove?
 
di Alfredo Mantovano - Senatore Componente dell’Esecutivo di An
Il Domenicale -  n° 27 -  2006, pp. 1-2
 
 
                                                                                                                           È indispensabile «andare oltre Fiuggi» per «costruire un grande partito popolare e nazionale, di respiro europeo»: questo è uno dei passaggi più significativi del comunicato conclusivo dei lavori dell’Esecutivo di Alleanza Nazionale, svoltosi il 29 giugno scorso; un passaggio che riprende quanto proposto dal presidente di An Gianfranco Fini in apertura della riunione.
Evidentemente costituisce soltanto un punto di avvio, che andrà riempito di contenuti.
Dire infatti «andare oltre Fiuggi» fa capire da dove ci si intende allontanare, ma rende meno chiaro in quale direzione si intende procedere.
E se è certo che ogni forza politica dev’essere in grado di cogliere le novità da fronteggiare, con scelte adeguate alle sfide e ai tempi, i problemi sorgono quando si tratta di identificare le novità «più nuove», che impongono di rettificare le scelte politiche.
È fuori di dubbio che la novità realmente significativa degli ultimi anni è costituita dai fatti dell’11 Settembre, dai quali ancora oggi un partito — soprattutto se si colloca a destra, o nel centrodestra — è chiamato a trarre conseguenze. A fine giugno il governo di uno dei soci fondatori dell’Unione europea, l’Olanda, è caduto sulla cittadinanza revocata alla sceneggiatrice di origine somala Ayaan Hirsi Ali: giunta nel Paese dei tulipani nel 1992 per sfuggire a un sistema di violenza che la vedeva vittima nello Stato di provenienza, Hirsi Ali aveva ottenuto l’asilo, quindi era diventata cittadina olandese e infine era stata eletta nel Parlamento della sua nuova patria.
Nel 2006, per manifestare tangibilmente il fastidio nei confronti di una donna che parla chiaro in tema di terrorismo e di integrazione, il ministro dell’Immigrazione olandese si ricorda che i documenti con i quali era entrata in Olanda nel 1992 non erano regolari (il che peraltro non era neanche esatto) e le revoca la cittadinanza, salvo poi fare marcia indietro quando la donna si è già trasferita negli Stati Uniti.
Questo caso, che — lo ripetiamo — non ha avuto un peso marginale (ha provocato la fine del governo in carica), non sarebbe neanche sorto, o comunque non avrebbe avuto effetti così dirompenti, se non ci fosse stato l’11 Settembre, con le incertezze e gli sbandamenti che ha determinato, e con la parallela richiesta da parte dei cittadini alla politica di assumere precise responsabilità per la difesa della nostra identità di europei e di occidentali.
Una identità messa in pericolo, prima che con gli attentati, dal «suicidio demografico» europeo: può essere utile chiedersi per quale ragione a destra, e nel centrodestra, non sia ancora partita una riflessione seria (seria vuol dire tale da condizionare e orientare le scelte del singolo partito e dello schieramento) sul futuro demografico dell’Italia e dell’Europa, in un quadro che vedrà fra qualche decennio la prevalenza di popolazione di origine extracomunitaria: con tutti i problemi di convivenza che questo già da tempo comporta.
Ancora. Il 23 giugno il Consiglio nazionale del notariato ha approvato il «testamento biologico» e attende dal Parlamento l’autorizzazione a diffonderlo: temi del genere, che certamente (al pari dell’equilibrio fra ricerca scientifica e rispetto della vita) interpellano e lacerano la coscienza di ciascuno, devono o non devono essere oggetto di confronto e di approfondimento a opera di un partito che intende cogliere le sfide del momento?
O prevarrà nuovamente il richiamo esclusivo alla coscienza individuale: rispettabilissimo, ma segno di una altrettanto rispettabile assenza di posizioni su un tema cruciale?
O, peggio ancora, tutto sarà risolto da valutazioni, che più di una volta ho avuto il piacere di ascoltare, del tipo «con le staminali non si prende un voto»…?
Se si ragiona in questi termini a mio avviso si sbaglia.
Come ha ricordato Antonio Socci, negli ultimi tre anni il centrodestra, in una sequela di sconfitte in differenti turni di elezioni comunali, provinciali, regionali, e infine politiche, ha raccolto una sola chiara e larga vittoria: quella del referendum sulla legge 40, in materia di fecondazione medicalmente assistita, nonostante l’imponenza dello schieramento favorevole all’abrogazione, che comprendeva lobby di vario tipo, di vario peso e di varia e variegata visibilità.
Peccato che questa vittoria sia avvenuta «suo malgrado», dal momento che non siamo stati in molti, nella Casa delle Libertà, a difendere una delle leggi migliori approvate su impulso di larga parte dello schieramento: conosciamo i dettagli, e non è il caso di riproporli. Chi sostiene che «con le staminali non si prende un voto» si è mai chiesto le ragioni di quel 75% di non voto? Lo si può liquidare facendo ricorso al caldo di un 13 di giugno, pur in presenza di una mobilitazione massiccia da parte della Sinistra, quando poi un anno dopo, il 26 giugno di quest’anno, con 35° in molte città italiane, più del 50% degli italiani è andato comunque a votare per il referendum sulle riforme costituzionali?
Per questo motivo, il discorso avviato da Gianfranco Fini nell’esecutivo di Alleanza Nazionale ha senso solo se fa partire un dibattito non di superficie, bensì un dibattito nel quale si possa riflettere a fondo prima di dare tutto per scontato; per esempio, di dare per tramontata quell’ipotesi di costruzione di una formazione unitaria cui si stava lavorando.
Se infatti domande come quelle cui prima facevo riferimento, che la gente sempre più rivolge alla politica, possono trovare risposte solide e coerenti più nell’azione di uno schieramento che in quella di un singolo partito, è il caso di rinunciare a trasformare quello schieramento in un partito, e di accentuare invece le distinzioni tra le forze politiche che lo compongono?
Porre questi interrogativi non vuol dire alimentare divisioni interne, ma stimolare un dibattito nella destra, e nel centrodestra italiani, che non può essere né facile né breve.
D’altra parte, ogni forza politica che si rispetti, soprattutto se ha una lunga tradizione alle spalle, ben può vedere formarsi al proprio interno una maggioranza e una minoranza, se il dissenso rispetto alla linea dominante non è su questioni di basso profilo, ma sulla traduzione politica di princìpi di riferimento.
Nella prospettiva della formazione unitaria l’accentuazione di questi temi nei confini dei singoli partiti che ne dovrebbero fare parte non determina ostacoli, bensì sintonie che potrebbero favorire il processo di composizione: basta ricordare i differenti orientamenti che si riflettono nell’azione politica interna ai due grandi partiti americani.
Il modo migliore per smentire l’assioma secondo cui nel nostro schieramento e nei nostri partiti decide uno solo, o pochi insieme con lui, e gli altri si adeguano, è puntare i piedi sulle questioni di principio.
 
postato da: max74teocon alle ore luglio 11, 2006 08:49 | Permalink | commenti
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