Bayeux, il giogo normanno
di Marco Respinti - Il Domenicale - n° 30 - 2006
Il famoso Arazzo racconta l’impresa di Guglielmo il Conquistatore che cancellò le libertà sassoni. Le quali si fecero carsiche fino alla Magna Charta. Il tesoro di uno straordinario film storico di mille anni fa
È’ un documento di storia narrata più unico che raro. Il cosiddetto Arazzo di Bayeux (dal nome della cittadina normanna dov’è conservato) racconta lungo 64,38 metri (ma in origine era forse un metro e mezzo di più) la conquista dell’Inghilterra sassone da parte di re Guglielmo, appunto per questo detto il Conquistatore, che sconfiggendo re Harold, inaugurò una stagione di profondi e duraturi mutamenti nella società isolana.In epoca romantica fu comunemente attribuito a Matilda, regina consorte di Guglielmo, ma è un’ipotesi senza prove che ormai gli studiosi hanno accantonato. Ora, benché la sua origine sia ignota nei dettagli, l’Arazzo è indubitabilmente opera manifatturiera normanna del secolo XI, cioè appena dopo gli avvenimenti che descrive.
Sia come sia, comparve ben visibile nel 1476, pezzo forte del tesoro della Cattedrale di Bayeux. Nel 1562, durante il sacco della cittadina, scampò alla furia iconoclasta degli ugonotti, i calvinisti di Francia. Poi, all’inizio del secolo XVIII, la sua esistenza venne notata (benché per secoli era stato uso esporre l’Arazzo al pubblico in solenni occasioni liturgiche) dal Sovrintendente di Caen, Nicholas-Joseph Foucault. Dunque, nel 1724 Antoine Lancelot ne iniziò lo studio sistematico, ma il primo a identificarlo con certezza e a descriverlo fu tra 1729 e 1730 lo studioso benedettino dom Bernard du Montfaucon nel primo dei due volumi di cui si compone il suo Les monuments de la monarchie française. In Gran Bretagna se ne interessarono quindi Andrew Coltee Ducarel nel 1752 e Charles Stothard tra il 1818 e il 1820.
Coperta rivoluzionaria per militari
L’Arazzo, che era sopravvissuto all’ira protestante, pagò però il fio delle proprie “colpe” (l’essere reliquia del passato, l’essere tesoro di una cattedrale cattolica e l’essere gioiello della Corona) all’epoca della Rivoluzione Francese. Nel 1792, infatti, nei mesi che prepararono il Terrore (tempi di nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, di spoliazioni e di confische, di massacri eugenetici, di trionfo dell’illegittimo tribunale rivoluzionario, e di persecuzioni di nobili, clero e popolo), l’Arazzo fu incamerato dallo Stato per essere impiegato come copertura di carri militari. La stupidità giacobina lo avrebbe distrutto per sempre se non fosse stato per Léonard Leforestier, un avvocato di Bayeux, che lo riscattò salvandolo. Venne allora esposto per breve tempo al Louvre nel 1804. Ma niente illusioni: Napoleone vi aveva intravisto un utile strumento di propaganda politica alla vigilia della progettata invasione della Gran Bretagna.
Tornato a Bayeux, passò in carico al Comune per essere studiato adeguatamente. Conservato nella Biblioteca Municipale della cittadina (che curiosamente lo classificò tra i manoscritti), nel 1913 venne ridislocato assieme all’intera biblioteca negli edifici del Decano del Capitolo della Cattedrale, dirimpetto all’edificio di culto stesso. Sopravvisse pure alla Seconda guerra mondiale in una regione caldissima di scontri tra tedeschi e Alleati e per un po’ fu evacuato di nuovo al Louvre. Lì lo studiò uno specialista tedesco di storia vichinga, Herbert Jankhun. Finalmente, dal febbraio del 1983 è in mostra, in condizioni relativamente sicure, nei locali seicenteschi del vecchio seminario di Bayeux.
Gli studi di Lucien Musset
Racconto storico per immagini, l’Arazzo si dipana come la pellicola di un film. È la narrazione dettagliata, ricca di particolari d’interesse militare, navale, civile, addirittura di costume, della preparazione e quindi dell’invasione dell’Inghilterra da parte dei normanni di Guglielmo il Conquistatore. Ma dentro questa storia se ne conserva un’altra, quella appunto delle vicissitudini che per secoli sono state più volte lì lì per consegnarlo completamente al macero e quindi all’oblìo, e che però costantemente, sempre per il rotto della cuffia, lo hanno invece salvato.
Un intreccio di storie, insomma, che si snodano come un romanzo nelle pagine nel testo più autorevole sull’Arazzo, ovvero La tapisserie de Bayeux, pubblicato a Parigi in seconda edizione riveduta e corretta sulla base di nuovi studi e di nuove acquisizioni documentarie nel 2002 per le Éditions Zodiaque da una delle massime autorità in materia, Lucien Musset, professore emerito al’Università di Caen.
Il testo è ora tradotto da Richard Rex per la prima volta in inglese, con il titolo The Bayeux Tapestry, e pubblicato da The Boydell Press, marchio della prestigiosa Boydell & Brewer, Ltd., di Woodbridge, nel Suffolk, specializzata in opere di grande pregio sul Medioevo.
Nella prima parte del libro Musset discute dettagliatamente la storia, le caratteristiche e le vicende dell’arazzo, offrendo notazioni di carattere storico di primaria importanza. Nella seconda offre l’Arazzo in tutte le sue sequenze, riprodotte a grande formato e a colori (all’inizio del volume l’Arazzo lo si può ammirare in tutta la sua splendida continuità), con il testo completo dell’iscrizione latina che vi corre lungo il bordo, pure tradotta in lingua (inglese) moderna. L’iscrizione, peraltro, nell’originale e in traduzione è poi riproposto alla lettura d’insieme a conclusione dell’opera.
Musset commenta l’Arazzo, immagini e iscrizione, passo dopo passo e quadro dopo quadro, offrendo intuizioni e percezioni che ne esaltano il carattere di testimonianza diretta, benché ovviamente di parte, di un evento altrimenti inconoscibile dei suoi dettagli.
L'inizio dello Stato unitario
Per l’Inghilterra, la conquista di Guglielmo narrata dall’Arazzo inaugura un periodo di profondi mutamenti. La lingua inglese inizia a trasformarsi dal vecchio anglosassone al medio inglese fino a divenire quell’inglese moderno penetrato in profondità da elementi e da strutture normanne, francesi e latine. Ma questo è un solo sintomo.
Con i normanni iniziò infatti soprattutto un periodo di governo nuovo che visse di forti contrapposizioni fra conquistatori e conquistati, divisi in ceti sociali a sé stanti e in continua lotta, con i normanni presenti in tutte le posizioni chiave del regno oramai unificato e con la loro lingua resa ufficiale. Ma questo sarebbe ancora un elemento transeunte se non fosse per l'elevato livello di centralizzazione che impose all’Inghilterra. Evidentemente le accuse di centralismo rivolte ai normanni sono di sapore, se non pure di parte, filosassone, ma resta vero che l’epoca normanna ha inaugurato quel processo di formazione dello Stato unitario inglese che qualche vaga somiglianza ha – mutatis mutandis – con quanto accaduto durante il regno d’Isabella di Castiglia e di Ferdinando d’Aragona della Spagna/Spagne.
La retorica, appunto di parte sassone, parla addirittura di fine delle libertà tradizionali e diffuse inglesi, cioè anglosassoni, in favore di una struttura più verticistica e centralistica, una retorica che sopravvive alle epoche storiche e che anima di sé il Seicento e il Settecento inglesi e britannici, con una forte eco anche Oltreoceano fra quei coloni inglesi e britannici che decideranno per la secessione dalla madrepatria (tirannica, “normanna”) dando vita poi agli Stati Uniti.
La retorica delle libertà sassoni è per esempio fortissima in Thomas Jefferson, l’estensore della Dichiarazione d’indipendenza delle ex colonie d’Oltremare, il quale sognava addirittura che gli studenti dell’Unversità della Virginia, da lui fondata, apprendessero oltre che il latino pure l’anglosassone onde abbeverarsi direttamente alle fonti della libertà inglese (e quindi americana), partendo dai mitici eroi legislatori Horsa ed Hengest.
È questo un dibattito storiografico serio e importante che riguarda d’appresso la storia delle mentalità e delle idee, e che pur con tutte le sue forzature partigiane non può però essere ignorato dall’analisi della filosofia della cosiddetta Rivoluzione Americana, ma nemmeno dal dibattito odierno su devolution e Stato-nazione nel Regno Unito.
Edmund Burke, che in gran parte condivideva l'interpretazione filosassone della storia inglese, aggiunse però significativamente del suo quando affermò che le vecchie libertà conculcate dai normanni finirono per divenire un fiume carsico nascosto agli occhi della nuova classe dirigente ma vivo nel popolo (in gran parte appunto di estrazione sassone), per poi riemergere nel momento in cui i baroni del Regno costrinsero il principe normanno Giovanni Plantageneto detto il Senzaterra a rispettare solennemente le libertà concrete dell’Inghilterra e il rule of law sottoscrivendo l’atto fondativo del costituzionalismo inglese (ma ricco di significativi precedenti) a Runnymede, nel 1215, con la Magna charta libertatum.
Lì, asserisce Burke, le libertà sassoni tornarono patrimonio della nazione intera e tutta. E così la Magna Charta si fece pure documento di riconciliazione culturale nazionale, oltre che riferimento costituzionale diretto dei patrioti nordamericani.
postato da: max74teocon alle ore agosto 04, 2006 12:54 | Permalink | commenti (3)
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