lunedì, 03 luglio 2006

Palestina: "Amici del nemico" 

di Massimo Introvigne - il Giornale, 3 luglio 2006, p. 1

Di fronte a D'Alema che si proclama «equivicino» a Israele e al governo palestinese, e che condanna «nello stesso modo» i rapimenti di israeliani e la reazione del governo Olmert, di fronte a Comunisti italiani e Rifondazione che brigano per invitare in Italia esponenti di organizzazioni terroristiche, è venuto il momento di parlare chiaro sulla Palestina. L'opposizione di centrodestra ha una splendida opportunità per denunciare le figuracce internazionali del governo Prodi e la presenza nella compagine che lo sostiene di autentici amici dei terroristi.

Da anni Israele è sottoposto a uno stillicidio quotidiano di attacchi terroristici che hanno fatto migliaia di morti, donne e bambini compresi. È come se sulle principali città italiane piovessero razzi e si tentassero attentati tutti i giorni. Il terrorismo è organizzato - contro la vulgata corrente - da entrambe le principali correnti politiche palestinesi: i laici di Fatah e i fondamentalisti di Hamas. Nel sistema politico palestinese i laici esprimono il presidente, Abu Mazen, uscito da elezioni democratiche ma non rappresentative, boicottate da Hamas, che alle elezioni politiche cui invece ha partecipato ha dimostrato di essere il primo partito ed esprime il governo guidato dal primo ministro Haniye. Abu Mazen e Haniye sono meno estremisti dei leader che stanno in esilio a Damasco e prendono ordini dal governo siriano e da quello iraniano. Ma siccome il denaro per i palestinesi viene da Teheran, e le armi da Damasco, le possibilità che prevalgano i meno estremisti sono quasi inesistenti.

La linea Sharon contava sulla stanchezza dei palestinesi dopo anni di guerre e sulla lenta prevalenza all'interno dei Territori di un fronte «trattativista» disposto a una tregua imperniata sulla nascita di uno Stato palestinese nei confini del 1967, che nessun palestinese considera ideali ma che i fondamentalisti maggioritari avrebbero accettato barattandoli con il carattere islamico dello Stato. Questa linea era in realtà ancora possibile dopo la vittoria elettorale di Hamas, a patto che Hamas si spaccasse in due e che la fazione realista nei Territori rompesse con quella oltranzista in esilio a Damasco. Non è possibile oggi, perché a Damasco il regime regge, e ad Assad si è aggiunto Ahmadinejad come sponsor danaroso e non troppo occulto di tutte le fazioni estremiste palestinesi. Non bisogna illudersi: a lungo termine una trattativa che si muova verso la pace è realistica solo se cambiano il regime di Assad in Siria e quello degli ayatollah in Iran. A breve, il dialogo è una chimera ma è possibile per Israele tenere i terroristi sotto controllo con la pressione militare e ritorsioni durissime contro ogni atto di aggressione, rapimenti compresi, dimostrando a qualunque governo palestinese che o controlla i terroristi o Israele gli impedisce di governare. Ogni «buonismo» in questo momento fa solo aumentare gli attentati, e lo stesso vale per la retorica pacifista e dell'«equivicinanza» fra vittime e assassini di Prodi, Chirac e D'Alema. Sostenere Israele nelle sue azioni di oggi, continuando nella discrezione un dialogo, è un dovere di tutto l'Occidente. Qui, più che sul numero di soldati in Afghanistan, passa la linea di demarcazione fra occidentali autentici e chi tollera o sostiene il terrorismo.

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venerdì, 10 marzo 2006

ISLAM: CAMILETTI, INSEGNARLO NELLE SCUOLE? A ROMA E' GIA' UNA REALTA'

Roma, 10 mar. - (Adnkronos)

''Siamo lieti di questa apertura romana ma devo dire che, in base ad un programma di intesa tra la Grande Moschea di Roma e l'assessorato alla cultura del Comune, andiamo da tempo nelle scuole medie romane per rispondere sull'islam alle domande degli studenti''. Lo dichiara in un'intervista a ''Il Mattino'' Omar Camiletti, esponente del Centro culturale islamico della Grande Moschea, che riflette sull'apertura del cardinale Raffaele Renato Martino, presidente del Pontificio consiglio giustizia e pace, all'idea dell'insegnamento nelle scuole pubbliche italiane della religione islamica. ''C'e' un gruppo di insegnanti islamici - prosegue Camiletti - che, con il mio coordinamento ma lo faccio io stesso, si recano nelle scuole e, alla presenza del docente, si mettono a disposizione degli studenti. Un'esperienza positiva che dura da otto anni e si sta estendendo anche alle scuole private. Cosi' - aggiunge - il dialogo sta contribuendo ad isolare l'intolleranza e le posizioni fondamentaliste''. ''La proposta di Martino - conclude - va accolta positivamente perche' rafforza l'idea che, facendo delle scuole luoghi di incontro, il dialogo ci aiuta a sconfiggere il terrorismo''.

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lunedì, 27 febbraio 2006

2040: Allah ha vinto negli Usa. Ecco gli Stati Islamici d’America

Articolo di Andrea Morigi
da Libero del 26 febbraio 2006, pag. 10

In un romanzo, appena uscito negli Usa, la previsione di una futura guerra civile fra cristiani e musulmani.

Eurabia non è più l'unico incubo per l’Occidente, ora che dall’orizzonte atlantico spunta anche Amerabia.
Fantapolitica, ambientata fra trentaquattro anni negli Stati Uniti governati dalla legge islamica. Eppure tutto è così verosimile, nel 2040 anticipato da Robert Ferrigno nel suo ultimo romanzo Prayers for the Assassins (Preghiere per l’assassino), pubblicato da Scribner, ($24,95), che quasi non stupisce. Siamo introdotti in uno scenario di conquista graduale, perfino accettabile finché non appare definitivo. La vicenda si inserisce in un crescendo anche uditivo, con le voci dei muezzin che vanno intensificandosi, poi olfattivo e gustativo, via via che gli odori e i sapori della cucina araba che si diffondono, e infine visivo, dove si descrive la skyline, dominata dai minareti, delle città strappate ai cristiani. Sulla nuova capitale Seattle e i territori musulmani sventola una bandiera, a strisce sì ma senza le stelle, sostituite da una Mezzaluna gialla. E inquieta la prospettiva degli Isa, gli Islamic States of America dove la proibizione dell’alcol ha fatto espandere i consumi della Jihad Cola, bevanda che finanzia la guerra santa, beninteso “interiore”.

LA TRAMA
Qualche enclave cristiana, in compenso, resiste, nel Sud cattolico e nella Bible Belt. Rimane così un lumicino di speranza anche per il lettore a disagio con il genere dell’Ucronia e a rischio di cadere vittima del panico.
Tutti gli altri ingredienti della narrazione puntano all’Apocalisse, del resto. A Chicago si combatte la guerra civile e nel 2015 qualche valigetta nucleare distrugge per intero New York, Washington e La Mecca. Per oltre due decenni si punta il dito verso Israele, considerato universalmente responsabile degli attacchi. Ma venticinque anni più tardi una storica islamica moderata, Sarah Dougan, inizia a non vederci chiaro. Indaga a fondo e scopre che in realtà la teoria del complotto ebraico - che va sotto il nome di Tradimento Sionista - è, a sua volta, un complotto. La studiosa cerca di alzare il velo su chi lo ha ordito, ma i servizi di sicurezza dell’Isa non glielo perdonano e incaricano Rakkim Epps, già amante segreto di Sarah, di trovarla, costi quel che costi.
Sospettando che stiano per darle la caccia, la donna nel frattempo è fuggita senza lasciare tracce dietro di sé. Ma il segugio che le hanno messo alle calcagna non demorde. In passato ha fatto parte dei guerrieri islamici d’élite. Non ha fatto i conti però con un killer psicopatico, Darwin, anche lui addestrato negli stessi corpi speciali, che non lo molla. Rakkim rischia di doverlo uccidere per liberarsene. Sarah e Rakkim incontreranno anche il misterioso Grande Vecchio Saggio, il musulmano occidentale autentico responsabile degli attacchi nucleari e determinato a spazzare via Israele. Nel classico finale da thriller, i protagonisti combatteranno l’ultima battaglia per svelare la verità al mondo intero.

Per il lancio del volume che si annuncia come il prossimo bestseller delle librerie di lingua inglese, gli editori e l’autore - che ha al suo attivo altri otto romanzi, di cui due tradotti anche in Italia da Mondadori, Il giorno degli angeli (1994) e Ballo finito (1995) - non hanno lasciato nulla al caso. Se si alimenta la polemica, la notorietà del libro cresce proporzionalmente, è elementare. Perciò Ferrigno riferisce di aver ricevuto messaggi di protesta da entrambe le parti in conflitto. E così rende ancora più realistico il suo racconto, come se si trattasse solo del naturale prolungamento della storia attuale. Anzi, ne rende visibile la proiezione sul suo sito Internet (
www.republicworldnews.com), in cui culmina la strategia di marketing.
All’apparenza, le pagine web possono essere scambiate per le cronache di uno scontro tra civiltà che sta accadendo in tempo reale. Nelle news dedicate agli spettacoli si riferisce della scomparsa di Shania X, una cantante rock che con la sua conversione all’islam fu determinante nella conquista delle masse. Dall’estero giungono notizie di scontri in Polonia tra la minoranza musulmana e la polizia, mentre dall’altro capo del mondo, oramai, l’ultimo rifugio per gli ebrei perseguitati e in fuga è la Tasmania.
Esclusivamente un frutto della fantasia di un romanziere, per quanto stimolata da eventi accaduti come l’11 settembre 2001, oppure un segno indelebile rimasto da quella data nell’immaginario collettivo degli americani? Se il fenomeno è stato definito da alcuni come un’ossessione per il terrorismo, altri ne hanno ricavato una riflessione. Quella di Ferrigno, ex membro della Chiesa presbiteriana, conduce a una preoccupazione seria sulle condizioni dell’Occidente moderno di fronte alla sfida lanciata dall’islam.

LA SFIDA ALL’OCCIDENTE
«In una guerra che durerà una generazione, la tecnologia non sarà decisiva quanto la fede assoluta nella giustezza della propria causa e la volontà di morire per quella fede», esordisce l’autore nell’introduzione affidata al suo sito. E prosegue descrivendo le certezze incrollabili del fronte dei prossimi “conquistatori”: «L’attuale ostilità mortale tra le branche sunnita e sciita dell’islam risale al martirio dell’imam Hussein, pronipote del profeta Maometto, in una battaglia di oltre 1300 anni fa. Voi ricordate chi vinse le finali di baseball due anni fa? Quale cultura pensate che sia meglio equipaggiata spiritualmente per combattere una guerra di cinquant’anni?», chiede retoricamente ai suoi futuri lettori. E provocatoriamente ricorda da un lato George Bush di fronte alle Torri Gemelle che parlava di angeli ed esortava gli americani a darsi allo shopping, mentre dall’altro prova pena per «il cattolicesimo di John Kerry, che lo esibiva nel suo curriculum quando era candidato alla presidenza, ma aveva rinunciato all’apologetica durante i suoi trent’anni di votazioni contro ogni limite all’aborto».
Privi di difese, ci stiamo precipitando verso l’esito indicato dalla fiction di Ferrigno, che a conti fatti appare più che probabile. Per molti non cambierebbe nulla, in fondo. Nel mondo di Prayers for the Assassins i cittadini degli Isa hanno ancora i loro Superbowl e gli hot-dog e per loro non cambia poi molto se la Coca-Cola è diventata Jihad-Cola.
Per svegliare gli americani - e a maggior ragione gli europei - occorre una scossa. Solitamente un trauma provoca una sorta di autoanestesia. E già un sedativo si è inoculato nel corpo sociale attraverso le università, la cultura, i media, spacciandoci per un islam innocuo quella barbarie che ci vuole distruggere. Ma quando ci si accorge di quel che è accaduto, a volte è troppo tardi. A meno che qualcuno, come Robert Ferrigno, non riesca a dare l’allarme in tempo.


postato da: max74teocon alle ore febbraio 27, 2006 13:15 | Permalink | commenti
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