venerdì, 04 agosto 2006
Bayeux, il giogo normanno
 
di Marco Respinti - Il Domenicale - n° 30 - 2006
 
 
Il famoso Arazzo racconta l’impresa di Guglielmo il Conquistatore che cancellò le libertà sassoni. Le quali si fecero carsiche fino alla Magna Charta. Il tesoro di uno straordinario  film storico di mille anni fa
 
È’ un documento di storia narrata più unico che raro. Il cosiddetto Arazzo di Bayeux (dal nome della cittadina normanna dov’è conservato) racconta lungo 64,38 metri (ma in origine era forse un metro e mezzo di più) la conquista dell’Inghilterra sassone da parte di re Guglielmo, appunto per questo detto il Conquistatore, che sconfiggendo re Harold, inaugurò una stagione di profondi e duraturi mutamenti nella società isolana.
In epoca romantica fu comunemente attribuito a Matilda, regina consorte di Guglielmo, ma è un’ipotesi senza prove che ormai gli studiosi hanno accantonato. Ora, benché la sua origine sia ignota nei dettagli, l’Arazzo è indubitabilmente opera manifatturiera normanna del secolo XI, cioè appena dopo gli avvenimenti che descrive.

Sia come sia, comparve ben visibile nel 1476, pezzo forte del tesoro della Cattedrale di Bayeux. Nel 1562, durante il sacco della cittadina, scampò alla furia iconoclasta degli ugonotti, i calvinisti di Francia. Poi, all’inizio del secolo XVIII, la sua esistenza venne notata (benché per secoli era stato uso esporre l’Arazzo al pubblico in solenni occasioni liturgiche) dal Sovrintendente di Caen, Nicholas-Joseph Foucault. Dunque, nel 1724 Antoine Lancelot ne iniziò lo studio sistematico, ma il primo a identificarlo con certezza e a descriverlo fu tra 1729 e 1730 lo studioso benedettino dom Bernard du Montfaucon nel primo dei due volumi di cui si compone il suo Les monuments de la monarchie française. In Gran Bretagna se ne interessarono quindi Andrew Coltee Ducarel nel 1752 e Charles Stothard tra il 1818 e il 1820.

Coperta rivoluzionaria per militari
L’Arazzo, che era sopravvissuto all’ira protestante, pagò però il fio delle proprie “colpe” (l’essere reliquia del passato, l’essere tesoro di una cattedrale cattolica e l’essere gioiello della Corona) all’epoca della Rivoluzione Francese. Nel 1792, infatti, nei mesi che prepararono il Terrore (tempi di nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, di spoliazioni e di confische, di massacri eugenetici, di trionfo dell’illegittimo tribunale rivoluzionario, e di persecuzioni di nobili, clero e popolo), l’Arazzo fu incamerato dallo Stato per essere impiegato come copertura di carri militari. La stupidità giacobina lo avrebbe distrutto per sempre se non fosse stato per Léonard Leforestier, un avvocato di Bayeux, che lo riscattò salvandolo. Venne allora esposto per breve tempo al Louvre nel 1804. Ma niente illusioni: Napoleone vi aveva intravisto un utile strumento di propaganda politica alla vigilia della progettata invasione della Gran Bretagna.
Tornato a Bayeux, passò in carico al Comune per essere studiato adeguatamente. Conservato nella Biblioteca Municipale della cittadina (che curiosamente lo classificò tra i manoscritti), nel 1913 venne ridislocato assieme all’intera biblioteca negli edifici del Decano del Capitolo della Cattedrale, dirimpetto all’edificio di culto stesso. Sopravvisse pure alla Seconda guerra mondiale in una regione caldissima di scontri tra tedeschi e Alleati e per un po’ fu evacuato di nuovo al Louvre. Lì lo studiò uno specialista tedesco di storia vichinga, Herbert Jankhun. Finalmente, dal febbraio del 1983 è in mostra, in condizioni relativamente sicure, nei locali seicenteschi del vecchio seminario di Bayeux.

Gli studi di Lucien Musset
Racconto storico per immagini, l’Arazzo si dipana come la pellicola di un film. È la narrazione dettagliata, ricca di particolari d’interesse militare, navale, civile, addirittura di costume, della preparazione e quindi dell’invasione dell’Inghilterra da parte dei normanni di Guglielmo il Conquistatore. Ma dentro questa storia se ne conserva un’altra, quella appunto delle vicissitudini che per secoli sono state più volte lì lì per consegnarlo completamente al macero e quindi all’oblìo,  e che però costantemente, sempre per il rotto della cuffia, lo hanno invece salvato.
Un intreccio di storie, insomma, che si snodano come un romanzo nelle pagine nel testo più autorevole sull’Arazzo, ovvero La tapisserie de Bayeux, pubblicato a Parigi in seconda edizione riveduta e corretta sulla base di nuovi studi e di nuove acquisizioni documentarie nel 2002 per le Éditions Zodiaque da una delle massime autorità in materia, Lucien Musset, professore emerito al’Università di Caen.

Il testo è ora tradotto da Richard Rex per la prima volta in inglese, con il titolo The Bayeux Tapestry, e pubblicato  da The Boydell Press, marchio della prestigiosa Boydell & Brewer, Ltd., di Woodbridge, nel Suffolk, specializzata in opere di grande pregio sul Medioevo.
Nella prima parte del libro Musset discute dettagliatamente la storia, le caratteristiche e le vicende dell’arazzo, offrendo notazioni di carattere storico di primaria importanza. Nella seconda offre l’Arazzo in tutte le sue sequenze, riprodotte a grande formato e a colori (all’inizio del volume l’Arazzo lo si può ammirare in tutta la sua splendida continuità), con il testo completo dell’iscrizione latina che vi corre lungo il bordo, pure tradotta in lingua (inglese) moderna. L’iscrizione, peraltro, nell’originale e in traduzione è poi riproposto alla lettura d’insieme a conclusione dell’opera.
Musset commenta l’Arazzo, immagini e iscrizione, passo dopo passo e quadro dopo quadro, offrendo intuizioni e percezioni che ne esaltano il carattere di testimonianza diretta, benché ovviamente di parte, di un evento altrimenti inconoscibile dei suoi dettagli.

L'inizio dello Stato unitario
Per l’Inghilterra, la conquista di Guglielmo narrata dall’Arazzo inaugura un periodo di profondi mutamenti. La lingua inglese inizia a trasformarsi dal vecchio anglosassone al medio inglese fino a divenire quell’inglese moderno penetrato in profondità da elementi e da strutture normanne, francesi e latine. Ma questo è un solo sintomo.
Con i normanni iniziò infatti soprattutto un periodo di governo nuovo che visse di forti contrapposizioni fra conquistatori e conquistati, divisi in ceti sociali a sé stanti e in continua lotta, con i normanni presenti in tutte le posizioni chiave del regno oramai unificato e con la loro lingua resa ufficiale. Ma questo sarebbe ancora un elemento transeunte se non fosse per l'elevato livello di centralizzazione che impose all’Inghilterra. Evidentemente le accuse di centralismo rivolte ai normanni sono di sapore, se non pure di parte, filosassone, ma resta vero che l’epoca normanna ha inaugurato quel processo di formazione dello Stato unitario inglese che qualche vaga somiglianza ha – mutatis mutandis – con quanto accaduto durante il regno d’Isabella di Castiglia e di Ferdinando d’Aragona della Spagna/Spagne.
La retorica, appunto di parte sassone, parla addirittura di fine delle libertà tradizionali e diffuse inglesi, cioè anglosassoni, in favore di una struttura più verticistica e centralistica, una retorica che sopravvive alle epoche storiche e che anima di sé il Seicento e il Settecento inglesi e britannici, con una forte eco anche Oltreoceano fra quei coloni inglesi e britannici che decideranno per la secessione dalla madrepatria (tirannica, “normanna”) dando vita poi agli Stati Uniti.

La retorica delle libertà sassoni è per esempio fortissima in Thomas Jefferson, l’estensore della Dichiarazione d’indipendenza delle ex colonie d’Oltremare, il quale sognava addirittura che gli studenti dell’Unversità della Virginia, da lui fondata, apprendessero oltre che il latino pure l’anglosassone onde abbeverarsi direttamente alle fonti della libertà inglese (e quindi americana), partendo dai mitici eroi legislatori Horsa ed Hengest.
È questo un dibattito storiografico serio e importante che riguarda d’appresso la storia delle mentalità e delle idee, e che pur con tutte le sue forzature partigiane non può però essere ignorato dall’analisi della filosofia della cosiddetta Rivoluzione Americana, ma nemmeno dal dibattito odierno su devolution e Stato-nazione nel Regno Unito.

Edmund Burke, che in gran parte condivideva l'interpretazione filosassone della storia inglese, aggiunse però significativamente del suo quando affermò che le vecchie libertà conculcate dai normanni finirono per divenire un fiume carsico nascosto agli occhi della nuova classe dirigente ma vivo nel popolo (in gran parte appunto di estrazione sassone), per poi riemergere  nel momento in cui i baroni del Regno costrinsero il principe normanno Giovanni Plantageneto detto il Senzaterra a rispettare solennemente le libertà concrete dell’Inghilterra e il rule of law sottoscrivendo l’atto fondativo del costituzionalismo inglese (ma ricco di significativi precedenti) a Runnymede, nel 1215, con la Magna charta libertatum.
Lì, asserisce Burke, le libertà sassoni tornarono patrimonio della nazione intera e tutta. E così la Magna Charta si fece pure documento di riconciliazione culturale nazionale, oltre che riferimento costituzionale diretto dei patrioti nordamericani.

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mercoledì, 05 luglio 2006

Eric Voegelin, o l’anti-ideologo

di Marco Respinti - Il Domenicale - n° 26 - 2006

Mentre la maggior parte dei suoi scritti resta purtroppo intradotta in italiano, esce la versione di un volume prezioso. Perché la sua analisi della scienza della politica e della storia del pensiero è il vero antidoto all’ideocrazia. Forse per questo da noi resta poco conosciuto

 Per Augusto Del Noce la Modernità è «la storia dell’espansione dell’ateismo», eppure non si tratta affatto del sogno nostalgico e passatista di tempi belli ma andati. Lo spiega bene Eric Voegelin affermando che «essenza della Modernità» è «il dipanarsi dello gnosticismo». Così ne La nuova scienza politica (meglio sarebbe, restando all’originale, “La nuova scienza della politica”), pubblicato in traduzione italiana nel 1968 a Torino da Borla e non a caso preceduto da un saggio di Del Noce su Eric Voegelin e la critica all’idea di modernità. Da cui si evince peraltro l’idea – fondamentale – che un conto è la Modernità e un conto l’evo moderno.
Ora, La nuova scienza politica è un libro che, nella produzione voegeliniana, fa il paio con Science, Politics, and Gnosticism, forse il testo più agevole (anche se non agile) dello studioso tedesco-americano, in italiano pubblicato come Il mito del mondo nuovo: saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo (introduzione di Mario Marcolla, Rusconi, Milano 1970; n. ed. con introduzione di Francesco Alberoni, 1990). In essenza è una grande, grandiosa (ri)affermazione del principio di realtà. Le cose – cioè – sono e non possono non essere, e anzi sono così come sono nonostante ogni tentativo di oscurarle, di trasformarle o di contrabbandarle semanticamente. Come appunto fa quello che Voegelin definisce “gnosticismo”.

La produzione voegeliniana è a dir poco monumentale, fatta di monografie d’importanza capitale e di due cicli colossali. Vale a dire i cinque volumi dell’interrotta Order and History (in italiano la sua pubblicazione resta parziale, episodica e frammentata) e gli otto dell’incompiuta History of Political Ideas, a cui lo studioso lavorò alacremente negli Stati Uniti dal 1938 al 1958 e che sono rimasti inediti anche in lingua inglese fino al 1997-1999. Tranne una scelta – brillantissima – di alcuni saggi, pubblicati nel 1975 a cura dello scienziato della politica John H. Hallowell con il titolo From Enlightenment to Revolution e in italiano, a cura di Dario Caroniti, con il titolo Dall’illuminismo alla rivoluzione (Gangemi, Roma 2004).


L’ordine della storia
Solo a dieci e più anni dalla morte dello studioso, infatti, la University of Missouri Press di Columbia è riuscita a pubblicare, a partire dal 1997, The Collected Works of Eric Voegelin – dei 34 volume previsti rimane ancora da pubblicare solo il 29° – e questo per iniziativa dell’instancabile Beverly Jarrett Mills, direttrice della Missouri, moglie dello scrittore William Mills e già assistente di Voegelin alla Louisiana State.
Nella biografia intellettuale Eric Voegelin (pubblicata nel 2002 dalla ISI Books di Wilmington, Delaware, nella collana “Library of Modern Thinkers”), Michael P. Federici (docente di Scienze politiche al Mercyhurst College e condirettore del Center for Constitutional Studies del National Humanities Institute di Washington) suddivide la produzione voegeliniana in quattro grandi fasi.
La prima è quella degli scritti iniziali; la seconda coincide con il progetto della History of Political Ideas e con il suo abbandono; e la quarta e ultima con la revisione di paradigma intervenuta dopo la pubblicazione del terzo volume di Order and History (il quarto volume comparirà solo nel 1974 e il quinto, addirittura postumo, nel 1987). La terza fase è dunque quella che comprende la pubblicazione dei primi tre volumi di Order and History (uno nel 1956 e due nel 1957), de La nuova scienza politica nel 1952 e dei saggi che nel 1968 verranno raccolti negli Stati Uniti, in traduzione inglese, con il titolo Science, Politics and Gnosticism.
Lungi dal volere sostituire uno schema ideologico d’interpretazione del reale (quello dello gnosticismo) con un altro (il proprio), Voegelin si sentì insomma in dovere di testimoniare la propria ricerca della verità nuda e cruda intervenendo pesantemente addirittura sulla propria stessa opera.


La nuova scienza politica è dunque un’opera cruciale. Segna il passaggio dal progetto della History of Political Ideas (la cui prima edizione organica, realizzata nell’ambito dei “Collected Works” della Missouri, vede in veste di General Editor Ellis Sandoz, direttore dell’Eric Voegelin Institute for American Renaissance Studies, creato nel 1987 alla Louisiana State University di Baton Rouge) a quello di Order and History, ossia il concentrarsi di Voegelin sulla filosofia della consapevolezza e lo svilupparsi dell’idea secondo cui – così scrive lo studioso all’inizio del primo volume di Order and History, intitolato Israel and Revelation – l’«ordine della storia emerge dalla storia dell’ordine». La nuova scienza politica fornisce quindi un buon “sommario” di Order and History e focalizza l’attenzione sul concetto di “gnosticismo”.
Non meno importanti sono peraltro i saggi del volume che nel 1968 l’editore conservatore di Chicago Henry Regnery pubblicherà come Science, Politics and Gnosticism: la traduzione inglese (di William J. Fitzpatrick) del saggio Wissenshaft, Politik, und Gnosis (pubblicato da Kösel a Monaco nel 1959 in un volumetto dallo stesso titolo) e quella del saggio Ersatz Religion: Die Gnostischen Massenbewegungen unserer Zeit, già comparsa sul periodico Politeia nel 1964, e pubblicato originariamente in tedesco nel 1960 su Wort und Wahrheit (vol. 15, n. 1) di Vienna.
Il cuore dello scritto è insomma un’altra cerniera fra la History of Political Ideas e Order and History. In esso Voegelin concentra l’attenzione (teoreticamente, non più solo storicamente), sullo “gnosticismo”, in cerca di una definizione.

La costituzione dell’essere
Centrale alla riflessione voegeliniana è dunque la categoria di “gnosticismo”, affatto identico alla gnosi antica. È piuttosto sinonimo stesso d’ideologia; anzi, ne è radice ed essenza. Ciò senza il quale l’ideologia sarebbe innocua come l’acqua fresca: lo scollamento totale del pensiero dalla realtà, sostituita da un’alternativa che programmaticamente si propone la sovversione di quanto esiste giacché giudica quanto esiste intrinsecamente fatto male, sbagliato. Come bene sintetizza un passo dell’undicesima delle Tesi su Feuerbach di Karl Marx, significativamente incisa persino sulla pietra tombale del padre del socialismo scientifico: «I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo».
Moderno come più moderno non si potrebbe, il concetto di “gnosticismo” fu elaborato da Voegelin anche grazie agli strumenti filosofici messi a disposizione dalla riflessione di Hans Jonas.
Ora, è in Science, Politics, and Gnosticism che Voegelin enumera le sei caratteristiche principali che permettono to spot it by distance, d’individuare lo gnosticismo anche a ragguardevole distanza. L’insoddisfazione verso ciò che è attuale e ciò che è actual, ovvero (dato che actual non traduce “attuale”) verso ciò che è in atto, esiste hic et nunc. Poi l’idea che gli aspetti insoddisfacenti del reale siano il prodotto di una organizzazione lacunosa del reale stesso, e questo sin dall’origine. Quindi l’idea che la situazione non sia priva di speranza e che dunque, per operare la salvezza, ci si debba impegnare nella trasformazione storica della «costituzione dell’essere». Ancora l’idea che la trasformazione dell’«ordine dell’essere» sia concretamente possibile attraverso l’azione umana, specialmente politica. Infine l’idea che per compiere la trasformazione siano necessari una formula o un progetto fondati su quella «conoscenza segreta» (la gnosi) che dischiude il mistero dell’«ordine dell’essere» e che permette alle guide del movimento gnostico di riorganizzare il mondo.

C’è, in nuce, tutto il costrutto filosofico voegeliniano, retto dai concetti cardine di «costituzione dell’essere» e di «ordine dell’essere». Vale a dire, la natura umana e la struttura del reale sono date, normative, immutabili. Sono ciò che fonda l’esistente – appunto la sua costituzione – secondo una gerarchia che possiede un fine, ovvero che è ordinata. Per questo il programma dello gnosticismo – scagliato contro la costituzione e l’ordine dell’essere – non può che essere rivoluzionario.
L’ideologia è allora l’articolazione in filosofia dell’azione del disprezzo gnostico del reale, la quale, attraverso una prassi – la rivoluzione – conquista il potere operando la prima grande, fondamentale sostituzione. È il passaggio dall’ideologia all’ideocrazia, dove la seconda è il governo organizzato e intronizzato della prima, l’ideologia al potere.
Il fine ultimo e ultimativo che si prefigge l’ordine nuovo ideocratico è peraltro la rivoluzione suprema, il completo ribaltamento e la totale sostituzione della costituzione e dell’ordine dell’essere esistenti. È un fenomeno in radice religioso, anzi contro-religioso come afferma Voegelin coniando, all’inizio della propria carriera, l’espressione «religione capovolta» nel volume Die politischen Religionen, tradotto in italiano come Le religioni politiche, primo volume di La politica: dai simboli alle esperienze
(a cura di Sandro Chignola, Giuffrè, Milano 1993).

Ribaltando il senso religioso fondato sulla trascendenza, la «religione politica» dello gnosticismo è – e non può non essere – totalitaria, giacché mira a immanentizzare completamente l’eschaton, il fine trascendente del reale. La rivoluzione finale è infatti la trasmutazione totale che avviene dopo il lungo procedere e incedere della rivoluzione permanente. E l’immanentizzazione dell’eschaton – Dio che viene strappato dal Cielo per essere scaraventato a terra – è il sigillo della morte della costituzione e dell’ordine dell’essere, della norma e dello scopo in cui e con cui il creato è stato creato, in primis l’uomo.
Se Friedrich Nietzsche profetizzava la morte di Dio e Nicolás Gómez Dávila gli rispondeva che quella teoria, pur interessante, lasciava totalmente indifferente per primo proprio Dio, è la sovversione della costituzione ordinata dell’essere l’unica uccisione che – colpendo in effige – può avere ragione del Padreterno. Al che consegue che è la difesa del principio di realtà l’apologetica più importante (e pure che, per salvaguardare con sicurezza la laicità, è molto meglio che i laici difendano quel Dio che garantisce la costituzione ordinata dell’essere).
Di fronte alla riduzione novecentesca della filosofia a filodossia, da amore per la sapienza ad amore per l’opinione, Voegelin ha così proclamato un rinnovamento totale della scienza della politica che, animata dalla ricerca della verità, sostituisca l’episteme (conoscenza) alla doxa (opinione). E questo all’insegna di un ritorno a Platone e ad Aristotele, cercatori sinceri, antitetici alla costrizione della scienza della verità in schemi e in sistemi.

Il mondo anglo-americano
Davanti al cataclisma dell’Ottantanove giacobino di Francia (che per Voegelin è una delle tappe chiave del progresso storico dello gnosticismo), Edmund Burke disse che la civiltà occidentale si trovava sull’orlo dell’abisso. Parlando della crisi in cui versava l’Occidente, e per suo tramite il mondo, a fronte di un’altra tappa chiave del cammino dello gnosticismo, l’ex spia sovietica Whittaker Chambers articolò considerazioni non molto dissimili. Ora, lo studioso Michael P. Federici osserva che «la concezione voegeliniana di gnosticismo fornisce il quadro di riferimento utile all’analisi della crisi occidentale. Le componenti ideologiche della Modernità – nazionalsocialismo, marxismo, progressismo, scientismo e tutti gli altri “ismi” – sono manifestazioni dello gnosticismo. Sono disordini spirituali e la corruzione della politica che generano è il prodotto del disordine dell’esistenza. Fare i conti con la crisi moderna significa trovare un’alternativa agli atteggiamenti gnostici».
Dove? Beh, Voegelin sostenne che le istituzioni del mondo anglo-americano sono quelle meno incrostate di gnosticismo. Lo scrisse ne La nuova scienza politica. Pochi anni dopo, all’Università di Monaco sbarcò con l’idea d’importare la cultura del costituzionalismo americano, antitesi allo gnosticismo. Proprio il testo della lectio inauguralis del 26 novembre 1958 a Monaco è il saggio che in inglese suona Science, Politics, and Gnosticism.

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venerdì, 09 giugno 2006

Magna Europa. L'Europa fuori dall'Europa

Volume a cura di Giovanni CantoniFrancesco Pappalardo - Ed. D'Ettoris - 2006 - pp. 472

Contributi di Giovanni Cantoni, Luciano Benassi, Ivo Musajo Somma, Ignazio Cantoni, Ugo Cantoni, Francesco Pappalardo, Paolo Mazzeranghi, Sandro Petrucci, Ilario Favro, Mario Vitali.

Magna Europa, Grande Europa, è il nome con cui si può indicare il mondo umano e culturale nato dall’espansione degli europei nel mondo, così come la Magna Grecia è stata anzitutto la «Grecia di fuori», ma, in ultima analisi, la Grecia in tutta la sua maturazione.

Il seminario “La grande Europa. Aspetti e momenti storico-culturali” organizzato nel 2002 da Alleanza Cattolica e di cui il volume raccoglie gli atti, si articola in tre parti. Innanzitutto sono illustrate a grandi linee le caratteristiche politiche, culturali e tecnologiche dell’Europa che, sul finire del Medioevo, si accinge a uscire da sé stessa. Quindi vengono descritti i viaggi di scoperta; i principali aspetti e momenti degl’insediamenti extraeuropei, soprattutto quelli meno noti o più trascurati, come — per esempio — le Filippine spagnole e l’Asia portoghese; il processo di inculturazione, che ha lasciato nel mondo consistenti filiazioni europee, numerose «Europe» fuori dall’Europa continentale. Infine, vengono brevemente illustrati i legami di tipo politico-militare ed economico, che, pur passando attraverso le strutture «nazionali», le superano e, in un certo senso, le limitano, permettendo così il riespandersi di una gerarchia dei lealismi, atrofizzata dalla lunga stagione caratterizzata dallo «Stato nazione» e/o dallo «Stato moderno».La nascita della Magna Europa, l’insieme delle consistenti filiazioni europee nel mondo, viene descritta nei suoi aspetti salienti: la tecnologia medioevale, i viaggi di scoperta, la fondazione degli insediamenti extraeuropei e il conseguente processo d’inculturazione.

Per informazioni: http://www.alleanzacattolica.org/index.htm

 

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giovedì, 02 marzo 2006

Per un fisco ragionevole - di Barry M. Goldwater

  La sana ricetta del principe dei conservatori contro il mito liberal del progressisticamente corretto che sogna e auspica la forte spesa pubblica, tassazioni lesive della dignità umana e uno Stato invadente oltre logica e buon gusto. Un sorso di buon vino d’annata per disintossicarsi dalle fumosità dell’Unione.

Più che attuale l'articolo "Perché è immorale pagare più di un tot al fisco" di Barry M. Goldwater, che Il Domenicale di questa settimana pubblica.

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